Cinque Quinti è una cantina del Monferrato che unisce lavoro di famiglia, vini di territorio e ospitalità in una formula molto concreta. Qui contano i vigneti, gli infernot scavati nella pietra e una degustazione che serve davvero a capire da dove arriva ogni bicchiere. In questo articolo metto ordine tra storia, stile dei vini, visita in cantina e abbinamenti utili, così puoi valutare se vale la pena fermarti e come farlo bene.
Famiglia, pietra e vini di collina sono gli elementi che la rendono interessante
- La cantina nasce da una scelta familiare: prima uva venduta ad altri produttori, poi la decisione di vinificare in proprio.
- Il territorio non è uno sfondo: Cella Monte, gli infernot e il paesaggio del Monferrato fanno parte dell’esperienza.
- I vini ruotano intorno a varietà locali e identità nette: Grignolino e Barbera sono i riferimenti più utili per leggere lo stile.
- La visita funziona meglio se prenotata e con gruppi piccoli, perché l’ascolto della cantina diventa più preciso.
- Gli abbinamenti migliori sono quelli piemontesi: antipasti, salumi, piatti di pasta e carni in umido valorizzano bene i rossi.
La storia di famiglia che ha reso riconoscibile la cantina
Quello che mi interessa di più, in un progetto come questo, non è la narrativa patinata ma la svolta concreta: per anni l’azienda ha lavorato soprattutto come realtà agricola, poi nel 2015 ha deciso di tenere da parte una piccola selezione di uve e provarci con il primo vino. È da lì che nasce una cantina con un’impronta chiara, costruita passo dopo passo e non per imitazione.
Il punto forte è che il lavoro resta dichiaratamente familiare. Ognuno ha un ruolo, dal vigneto alla comunicazione, e questa divisione non è un dettaglio organizzativo: si sente nel modo in cui il progetto tiene insieme precisione, identità e accoglienza. Io la leggo così: non una cantina che cerca di sembrare grande, ma una cantina che cerca di essere coerente.
Per il lettore questo significa una cosa semplice: qui la bottiglia non è mai separata dalla storia di chi l’ha prodotta. Ed è proprio il legame con il luogo che si capisce meglio entrando nel paesaggio e nelle cantine sotterranee del Monferrato.

Perché Cella Monte e gli infernot cambiano la lettura della visita
Cella Monte è uno di quei posti in cui la cantina non si limita a “stare” nel territorio, ma ne assorbe la forma. Il borgo è uno dei Borghi più belli d’Italia e gli infernot, piccole cavità sotterranee scavate nella pietra locale, sono il segno più evidente di questa relazione tra vino e materia. Non sono scenografia: sono memoria tecnica e culturale.
Gli infernot raccontano un modo antico di conservare il vino, con ambienti naturalmente stabili per temperatura e umidità. Per chi visita, il vantaggio è doppio: da un lato si vede un pezzo autentico di architettura rurale, dall’altro si capisce perché certe cantine piemontesi hanno un fascino così diverso da quello di altre zone italiane. Qui il contesto non è decorativo, ma parte integrante del racconto enologico.
Questo cambia anche il modo in cui ascolti la guida o assaggi un vino: non stai semplicemente bevendo, stai collegando un sapore a una geografia precisa. E a quel punto ha senso passare dal luogo al bicchiere, senza fermarsi alla prima etichetta che capita.
I vini da cercare nel bicchiere e cosa ti dicono sul territorio
Quando una cantina ha radici così forti nel Monferrato, io consiglio di non ragionare per “vino buono” e basta. Meglio chiedersi: che cosa mi sta mostrando questo assaggio? In una realtà del genere, i vini più interessanti sono quelli che fanno capire la differenza tra finezza, struttura e lettura della collina.
| Stile da cercare | Che cosa aspettarti nel bicchiere | Perché vale la pena assaggiarlo |
|---|---|---|
| Grignolino | Tannino fine, profilo agile, note speziate e una leggerezza solo apparente | È il vino che ti fa capire la parte più elegante e nervosa del territorio |
| Barbera | Più struttura, acidità viva, presa gastronomica immediata | È il riferimento più utile se vuoi capire come la cantina gestisce profondità e bevibilità |
| Arneis o bianchi di impronta locale | Freschezza, profilo più luminoso, lettura più diretta della frutta | Mostrano il lato più snello del progetto e aiutano a bilanciare la parte rossa della degustazione |
| Etichette più tecniche o sperimentali | Maggiore precisione, affinamento diverso, qualche sfumatura più moderna | Servono a capire quanto la cantina lavori sul dettaglio e non solo sulla tradizione |
Se hai poco tempo, la mia regola è questa: assaggia almeno un rosso più fine e uno più strutturato. Così capisci subito se il tuo palato è più attirato dalla scorrevolezza o dalla materia. Da lì in poi diventa molto più semplice scegliere una bottiglia da portare a casa o da riaprire a tavola.
Il passaggio successivo, però, è organizzare bene la visita: in una cantina raccolta come questa, il formato cambia parecchio l’esperienza.
Come organizzare la visita senza perdere il ritmo
Qui la prenotazione non è una formalità. Su Winalist la visita è proposta a 30 euro, con prenotazione possibile fino a 12 ore prima, cancellazione gratuita fino a 2 ore prima e una capienza massima di 15 persone. Sono dati utili perché ti dicono subito che non stai andando in una struttura da grandi numeri, ma in un posto dove il rapporto umano pesa quanto il vino.
In pratica, questo è il tipo di esperienza che rende meglio con gruppi piccoli e con aspettative chiare. Se arrivi con l’idea di fare una visita veloce e anonima, perdi il valore del posto; se invece vuoi ascoltare, fare domande e collegare il vino al territorio, il formato funziona molto bene. Io, personalmente, preferisco sempre queste cantine “a misura di dialogo” rispetto alle degustazioni troppo seriali.
Prima di prenotare, ti conviene verificare tre cose: durata effettiva del tour, lingua disponibile e presenza o meno dell’assaggio in infernot o in sala degustazione. Sono dettagli piccoli, ma cambiano parecchio il tono dell’esperienza.
Una volta fissato il formato giusto, resta il tema più piacevole: che cosa mettere in tavola per far parlare davvero i vini.
Gli abbinamenti che valorizzano davvero il profilo del Monferrato
Per una cantina di questo tipo, gli abbinamenti migliori non sono quelli più creativi, ma quelli che rispettano la trama del vino. Il Monferrato dà il meglio quando lo accompagni con piatti che non coprono il bicchiere, ma lo sostengono.
| Vino | Abbinamento consigliato | Perché funziona |
|---|---|---|
| Grignolino | Vitello tonnato, salumi delicati, antipasti piemontesi | Il tannino fine e la freschezza tengono il passo senza appesantire |
| Barbera | Tajarin al ragù, agnolotti, brasati, carni in umido | L’acidità pulisce il palato e la struttura regge piatti più intensi |
| Bianco aromatico o fresco | Fritti leggeri, verdure, formaggi freschi, antipasti di stagione | La parte più luminosa del vino evita che il piatto sembri pesante |
| Rosato o spumante | Aperitivo, focacce, salumi morbidi, cucina informale | È la scelta più facile quando vuoi tenere il ritmo alto senza complicare il pasto |
Una regola semplice che uso spesso: se il vino è più tannico, il piatto deve essere saporito ma non dolce; se il vino è più fresco e leggero, puoi permetterti preparazioni più lineari. In questo senso, la cantina si capisce meglio quando la porti a tavola, non quando la lasci solo nel ricordo della visita.
Il dettaglio che fa la differenza quando esci dalla cantina
La parte più interessante di questa esperienza, alla fine, non è solo il calice ma la coerenza tra vigneto, pietra e accoglienza. Se visiti bene il posto, ti porti via tre cose concrete: un’idea chiara del territorio, una lettura più precisa dei vini e la sensazione che il Monferrato non sia un’etichetta geografica ma un modo di lavorare.
Il mio consiglio pratico è di non trasformare la visita in una corsa a più assaggi possibile. Meglio pochi vini, spiegati bene, con tempo per guardare l’ambiente e fare domande sensate su vigna, annate e abbinamenti. Se hai mezza giornata, aggiungi una passeggiata nel borgo; se hai poco tempo, concentra tutto su degustazione e infernot. È lì che il progetto mostra davvero il suo carattere.
Quando una cantina riesce a farti capire il territorio prima ancora di convincerti a comprare una bottiglia, ha già fatto il suo lavoro migliore. Qui succede proprio questo.
